Nonna, nonna delle mie brame, chi è la più amata del reame?

Dopo aver scritto “Vita da nonna” ho ripensato molto spesso anche alla mia, di nonnina. Così ho deciso di dedicarle questo articolo, per onorare la sua memoria.

Quand’ero bambina, mi piaceva moltissimo stare con la nonna paterna.

Lei per me era il rifugio sicuro, lo spazio calmo, la stanza del respiro…
Logicamente, a quell’epoca non conoscevo queste parole e non avrei potuto usarle. Sapevo soltanto che stare con lei mi rendeva felice. Era come se incarnasse una pausa, un luogo umano in cui il sistema nervoso poteva finalmente abbassare la guardia.

Non era una da contatto fisico, mia nonna. Eppure, sapeva abbracciarti con gli occhi. Non era neppure di tante parole. Quando stavi davanti a lei, non aveva bisogno di dire di continuo “Ti voglio bene immensamente”, perché quell’amore lo si percepiva. Lo sentivi sulla pelle, nel cuore, nell’aria e perfino nei silenzi.

Sì, perché con lei anche il silenzio parlava.

Ne ricordo tanti, di momenti silenziosi trascorsi insieme…

Lei, ad esempio, adorava sferruzzare seduta davanti alla porta finestra che dava sul balcone e io, adoravo osservarla mentre lo faceva. In quei momenti, né lei né io avevamo bisogno di parlare – o di parlare tanto.

E poi c’è anche un’altra cosa legata a questa sua operosità.

Nonna amava tantissimo sfilare vecchi maglioni inutilizzati per dare loro nuova vita (o, forse, una nuova possibilità).

Così, spesso, mi ritrovavo ad aiutarla a sbrogliare matasse infinite.

Certo, non è che quella operazione mi facesse proprio impazzire!

Eppure, oggi, a distanza di anni, di quell’esperienza non ricordo la noia. Ricordo la pace e l’amore che si respiravano in quei momenti. O forse, non so, quel metterci l’intenzione e insistere e persistere fino ad arrivare al risultato.

nonna e nipote

Ecco, sì, forse è proprio quello

Ripensandoci adesso, devo ammettere che quel compito, seppur noioso, mi ha insegnato moltissimo – e non solo a sbrogliare matasse!

Ad esempio, mi ha insegnato ad agire con calma e ad avere tanta pazienza…
Ma, soprattutto, mi ha insegnato che davanti a situazioni così ingarbugliate, non serve a niente agitarsi, tirare, forzare, perché questo non farebbe altro che peggiorare la situazione.

E non parlo solo di lana e di gomitoli. Parlo di vita, di relazioni, di emozioni. Anche lì, quando la situazione si ingarbuglia, occorre agire con cautela, mollare, allentare, costruire dei varchi.

O meglio, uno spazio in cui il “gomitolo” possa passare agevolmente.

Tutto questo, indirettamente, me lo ha insegnato la nonna, una maestra di vita che insegnava senza fare lezioni.

Sì, proprio così. Nonna è stata per me maestra inconsapevole. Perché, senza saperlo, mi stava insegnando il “mestiere”. Quel mestiere silenzioso che consiste nel credere che quasi tutti i nodi possano essere sciolti con pazienza, presenza e delicatezza.

Solo che lei sfilava vecchi maglioni, recuperava fili, li dipanava, li liberava dai nodi per poi trasformarli in qualcosa di nuovo.

Io invece lo faccio con le storie delle persone

Loro arrivano con delle matasse aggrovigliate. Ma io, nei miei laboratori, non le “aggiusto”, né dico loro dove “tagliare” il filo. Le aiuto semplicemente a ritrovarlo, affinché possa essere usato per una nuova trama.

Così come è successo nel “trenino della paura” o nelle tante storie di trasformazione creativa che ho condiviso in questi anni.

Eh già! Perché io, nei miei laboratori, non tiro né i fili né le fila. Semplicemente, favorisco il processo, aiutando gli altri (se lo desiderano) a rallentare, a osservare, a crearsi un nuovo spazio.

E tutto questo l’ho imparato da nonna, colei che inconsapevolmente insegnava a chi, altrettanto inconsapevolmente, imparava.

Grazie, Nonna. Ovunque tu sia, sappi che vorrei essere per mio nipote ciò che tu sei stata per me. Ci pensi, che meravigliosa continuità se lui, un giorno, parlasse di me come io sto parlando di te oggi?

Se poi, anziché dire: “Mia nonna organizzava laboratori e scriveva un blog.”, dicesse:

“Con la nonna stavo bene. Mi sentivo visto e libero di essere me stesso. Con lei si respirava perché era come uno spazio calmo”

non sarebbe la mia vittoria, ma la tua vittoria. Perché starebbe a significare che le tracce d’amore esistono davvero e si tramandano di generazione in generazione.

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